sabato 17 ottobre 2015

C’era una volta il lavoratore.


Una nuova forma di apartheid, una nuova carriera potenzialmente più rapida e spietata di quella dovuta un tempo alla differenza di razza e di classe, si sta sviluppando in modo  apparentemente indolore, ma non per questo meno iniquo e crudele, nella società di massa livellata e smussata, adeguata allo stereotipo, uniforme nei gusti e nei costumi di una malintesa società delle macchine.

Il confine sempre più ferreo tra chi è accecato od escluso dal mondo del lavoro, non in base a una valutazione reale di capacità ed efficienza, ma solo in nome di un criterio anagrafico, astrattamente concettivo.

Ormai la nostra società si è trasformata in una giungla dominata da una vegetazione parassitaria, artificialmente coltivata, dove una maggioranza sempre più cospicua di persone economicamente dipendenti, graverebbe su una minoranza di lavoratori sempre più esigua,  se il lavoro stesso non sarà articolato in base alla diversificazione dei ruoli, al di fuori di ogni rigido schematismo e preconcetto.

La società tecnologica ormai si è già evoluta verso nuove forme sempre più sottili e complesse di mansioni nella produzione dei beni e nell’esplicazione dei servizi, non si tratta solo di aggiornarsi a modelli rispondenti alle esigenze stesse della natura umana,  ma di tagliar via i rami secchi  di una concezione vetero-capitalista dello sviluppo industriale. Oggi c’è una sfera sempre pi vasta di bisogni fondamentali che la vecchia società industriale non è in grado di soddisfare con le sue strutture ossificate, che potrebbe offrire utili occasioni di lavoro a quanti, giovani o vecchi, sono esclusi dalla cintura burocratica della mappa occupazionale.

Basterebbe uscire dai congegni cieche di una macchina che rischia la paralisi per i processi burocratici degenerativi che ne inceppano il dinamismo, basterebbe defiscalizzare  gli investimenti in innovazione e formazione, creando un adeguato sistema di welfare della conoscenza a supporto della continuità professionale, in cui l’occupazione in quanto tale, cessi di essere vista come un privilegio, e diventi, quale può e deve essere, una partecipazione gioiosa alla vita comunitaria, una manifestazione primaria e indispensabile dell’esistenza.

 Questa è l’impalcatura su cui costruire e senza la quale ogni jobs act, o come lo si voglia chiamare, rischia di rappresentare un mero esercizio di stile ed un’ennesima occasione persa.

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